Dall’incontro tra la ricerca materica di Emanuele Lombardini e l’estetica vocale di Davide Vettori nasce Blank Verse.
Già compagni di viaggio in band come You Wrong, i due tornano a unire le forze per dar vita a un progetto che affonda le radici nel panorama più oscuro e viscerale del rock.
Non è solo musica, ma una forma di poesia maledetta tradotta in vibrazioni: session minimaliste, approccio ad un suono “concrete” e un’ossessione per il calore analogico.
Il suono dei Blank Verse cattura la visceralità del momento sonoro, dove il silenzio è gravido di tensione tanto quanto la distorsione.
Un viaggio che si snoda percorrendo una mappa del disincanto: un ritorno a casa per chi ama perdersi nelle zone d’ombra, una profezia sonora da urlare o sussurrare a volume altissimo.

Il viaggio con “Blank Verse” inizia attraversando l’ipnosi lisergica di ‘Day Tripping‘, sospesa tra chitarre sature e voci eteree fino al richiamo ancestrale nel monito del ritornello
‘Beware the gods‘.
“Day Tripping” è un mantra moderno sulla distanza sospeso in un groove che non lascia via d’uscita. Con un respiro arriva ‘Mine Mothership’ ed è una discesa
nella densità spaziale e nei riverberi siderali del progetto: un vera e propria presenza di suono analogico, dove il ronzio elettrico e i minutaggi dilatati permettono di inoltrarsi ancora più a fondo. Un’architettura granitica ed allo stesso tempo colma di speranze, tra brughiere desolate squarciate da un raggio di luce.
Di colpo ci si imbarca su ‘Mary May‘, una liturgia notturna e pulsante che scava sottopelle. Da un groove elettronico che accompagna un’invocazione disperata per sfociare nella
perfetta tempesta sonora: un’urgenza viscerale di essere illuminati, salvati e ricondotti al sicuro nel buio. Alza il volume, chiudi gli occhi e lasciati trascinare sul fondo.
A metà del percorso troviamo ‘I know places‘, con chitarra e voce catturate nel fuoco analogico in presa diretta e dove il progetto Blank Verse ha preso vista, ed è come una sintesi del manifesto di minimalismo sonoro e della fusione dei due musicisti. Segue ‘Past & Gone‘, dove una texture spettrale si addentra verso chitarre taglienti ed una solennità marziale che raccontano di zone d’ombra e della combustione lenta di ciò che è stato. Si chiude tra tensione e rilascio con ‘Nothing (or maybe Something)‘, dove ogni suono ed ogni parola sono calibrate per pesare come un macigno o suggire di mano come sabbia, in un ultimo e rumoroso capitolo dove i Blank Verse puntano dritti verso il
Maelstrom, o finalmente verso la luce alla fine del tunnel?