Print Friendly, PDF & Email

C’è un filo sottile che collega passato e futuro, e che collega a sua volta tra loro le canzoni di Prim, nome d’arte nonché progetto-con-band della songwriter Irene Pignatti, all’album d’esordio con “when monday comes“, in uscita in CD, vinile e digitale il 14 gennaio 2022 per We Were Never Being Boring Collective.

“L’album è stato scritto in in questo periodo di pandemia, che ci ha privato di contatti fisici e sociali, lasciandoci in attesa di un futuro migliore. E il filo conduttore delle canzoni è proprio l’attesa: aspettare qualcuno, aspettare qualcosa, aspettare un momento. Il titolo dell’album è simbolico e sottolinea il fatto che, dopo la domenica, ci sarà un’altra settimana e quindi un altro giorno, un altro domani. Le canzoni si dividono tra esperienze passate, che vengono lasciate alle spalle, ed esperienze appena intraprese, davanti alle quali c’è un destino ancora ignoto”.

L’attesa, intanto, è terminata per Prim, all’importante svolta del primo album, con una vecchia foto trovata in cantina scelta come immagine di copertina, a ribadire il cortocircuito virtuoso tra ieri e oggi. La formazione di Modena, completata da Matteo MugoniDavide Severi e Diego Davolio, è nata nel 2019 con l’obiettivo di realizzare le canzoni nel cassetto di Pignatti, autrice infatti di tutte le musiche, salvo rare eccezioni, e dei testi. “when monday comes” arriva a seguire l’EP “Before You Leave” del 2020. Pignatti racconta: “Il processo creativo parte da me, che scrivo le parole, compongo le melodie e appronto una prima traccia di chitarra o ukulele. Gli altri ragazzi, successivamente, contribuiscono con le loro idee. Ci confrontiamo tutti e quattro sulla direzione dei brani, cercando i suoni più adatti al loro mood”.

Le nove canzoni in programma fondono intimismo di matrice alt folk e vivacità indie pop, il calore delle timbriche acustiche e sbarazzine linee di synth, tradizione analogica e sound moderno. La band emiliana, infatti, si è lasciata andare come mai prima d’ora alla sperimentazione, toccando vari generi musicali e soluzioni atipiche, e di pari passo ha lavorato a lungo sugli arrangiamenti. Dalla timidezza della loro genesi chitarra-e-voce, i brani presentano così adesso una grana preziosa eppure solida, attraverso la quale godere di innumerevoli dettagli. Pignatti, già forte di una spiccata personalità nonostante la giovane età, appassionata di musica sin da bambina, ha tratto stavolta ispirazione da nomi eclettici come Clairo, Daughter, Fenne Lily, Maggie Rogers, Taylor Swift – in particolare, quella di Folklore ed Evermore – e The 1975. La voce, cristallina, si intreccia spesso in cori che volgono invece l’orecchio tanto a Tom Odell quanto alla lezione intramontabile dei Beatles. Cristallini lo sono anche i testi, che riflettono con grande immediatezza vicende ed emozioni personali, che si tratti di fobie e solitudine, di fede e scetticismo, del rapporto con gli amici o della sfera romantica: “I testi sono una raccolta di storie che compongono la mia quotidianità. Per me, è importante che riescano a lasciare un messaggio chiaro e diretto”.

Un esempio perfetto è in tal senso il primo, intenso singolo “bathtub”: “Si tratta di una canzone nata dopo due settimane di songwriting, alla quale ho sempre lavorato al calar del sole, non so perché, e l’aspetto più divertente è che l’ho conclusa alle tre di notte dentro la doccia, il punto più isolato di casa mia. bathtub è la canzone d’amore del disco, quella più sincera. Parla della paura di essere abbandonati e dimenticati”. Il più recente singolo synthpop ‘citylights’, dall’orecchiabilità contagiosa, è accompagnato da un videoclip diretto da Federico Sigillo: “Le ‘luci della città’, da cui prende il titolo la canzone, riportano allo scenario di Londra, dove ho trascorso un paio di estati. In due differenti occasioni sono stata a Soho con alcuni amici ed entrambe le serate si sono rivelate indimenticabili, ed è esattamente il ‘non volere che qualcosa di bello termini’ che caratterizza questa canzone – «the night won’t last for long but I don’t wanna see the dawn»”.

L’album è stato registrato al Monolith Studio di Brescia da Alessandro Paderno e Michele Marelli, prodotto da Paderno, mixato da Lorenzo Caperchi e Paderno, masterizzato da Giovanni Versari presso La Maestà. Da una parte ci sono schiette canzoni d’addio, introspezioni esistenziali e pure e semplici riflessioni; dall’altra troviamo flash di ironica allegria, brio catchy applicato alla piaga universale del catcalling e spensieratezza in contrapposizione al terrore della morte.

Share Button