“Salinai” è il primo brano estratto dall’omonimo album d’esordio dei Lero Lero, il collettivo fondato dagli artisti palermitani Alessio Bondì, Donato Di Trapani e Fabio Rizzo. Al centro della loro ricerca c’è il lavoro di rilettura critica dell’Archivio sonoro siciliano del ’900, un patrimonio di canti agro-pastorali, lamenti, ninne nanne e canti di sdegno che vengono riportati nel presente non per essere addomesticati, ma riattivati e messi in tensione.

Il suono di Lero Lero è insieme arcaico e visionario: gli echi degli strumenti della tradizione si intrecciano all’elettronica, melismi microtonali dialogano con una vocalità che conserva l’intonazione obliqua dei canti tradizionali. La materia sonora del passato viene messa alla prova, fatta reagire, ed è da qui che nasce un linguaggio che riformula la tradizione senza ridurla a folklore, ma anzi elevandola e facendola “brillare”.

“Salinai” è il primo approdo in cui questo processo si svela. Il brano prende spunto dalle filastrocche urlate dai lavoratori delle saline per contare le ceste di sale: formule ritmiche rapide, filastrocche surreali utili a sostenere la fatica in cui l’elemento della salina appariva in forme giocose al limite del nonsense, spesso per favorire la rima.

Nella rilettura dei Lero Lero quella conta diventa un crescendo numerico ed emotivo. La chitarra battente dialoga con la chitarra palermitana, mentre la voce, sofferta e tesa, attraversa il brano in maniera lancinante, fino allo squarcio finale, in cui il salinaio esce allo scoperto raccontando tutta la miseria della sua condizione: “assira m’adduvai cu Campanedda, u pani mi lu rava fedda a fedda, pi cumpanaggiu una scorcia di nucidda, pi farimi la panza minutidda”.

Nei pattern ritmici insistiti, nell’incedere verticale delle chitarre e in un canto che risuona come eco dell’atavica condizione di sfruttamento del lavoratore, affiora una grammatica del dolore e del lavoro, insieme straziante e ipnotica. Un primo tassello che lascia intravedere l’ossatura profonda del progetto.