Un pianoforte a coda centenario, una casa appartata nel verde della Bretagna, nessuna connessione, un registratore a nastro. ‘L’Écho de Bretagne’, il nuovo EP di Niklas Paschburg raccoglie inediti in piano solo, essenziali quanto intensi, un’opera fatta di pause, aria, lentezza, di musica che non cerca l’effetto ma la verità.

Se con il precedente ‘Mexican Alps’ il compositore e produttore tedesco ha realizzato per la prima volta un album ambient-elettronico senza il proprio strumento d’elezione, il pianoforte, ‘L’Écho de Bretagne’ rappresenta una reazione a quella mancanza. «È da quell’assenza del pianoforte che è affiorato il bisogno di questo disco che, invece, mette questo strumento per me così importante al centro, eliminando il resto», afferma Niklas.

Classe 1994, Paschburg ha costruito negli anni un percorso musicale profondamente legato al viaggio, alla natura, alla ricerca interiore. Dall’esordio con ‘Tuur Mang Welten’ ai successivi ‘Oceanic’, ‘Svalbard’, ‘Panta Rhei’, fino al succitato ‘Mexican Alps’, passando per colonne sonore, remix e collaborazioni con artisti come RY X, Hania Rani, Asgeir e Bryan Senti, il suo è un linguaggio che combina neoclassica, elettronica, ambient e un approccio pop alla composizione.

Con ‘L’Écho de Bretagne’, il musicista di Amburgo, berlinese d’adozione, continua la sua ricerca cercando il contatto con la natura nell’isolamento, come già fatto con ‘Svalbard’, ma anche prendendo una decisione fuori dal tempo: quella di disconnettersi da Internet e di non accendere, almeno per un periodo, né il computer, né il cellulare, così da potersi concentrare sulla sua nuova musica. «Ho affittato una vecchia casetta in Bretagna, a Paimpol, dove sapevo avrei trovato un vecchio pianoforte a coda», racconta. «Giunto a destinazione, ho scoperto che, oltre ad avere più di 100 anni, quel pianoforte, di una marca sconosciuta, non era mai stato restaurato e risultava, quindi, difficile da suonare. Questo, però, gli conferiva un carattere unico, per cui non ho demorso. Certo, era uno strumento in qualche modo abbandonato a se stesso, non potevo usarlo per suonare pezzi troppo veloci. Ma quanto era affascinante? Sono convinto che imporre dei limiti a se stessi, invece di concedersi una libertà totale nella scrittura, possa diventare una straordinaria fonte di ispirazione».

Quanto alla scelta di distaccarsi temporaneamente da una quotidianità che ci vuole sempre connessi, Niklas la descrive come un esperimento creativo e umano. «Avevo con me laptop e smartphone per eventuali emergenze, ma li tenevo spenti. Il che mi ha spinto a desiderare che L’Écho de Bretagne diventasse un lavoro in tutto e per tutto analogico, anche in termini di registrazione». Un tentativo di svuotare la mente. «Credo di non essere mai stato così calmo come in quei giorni a Paimpol. Nonostante stessi lavorando a un progetto ben preciso e non avessi chissà quanto tempo a disposizione, quel periodo in Bretagna è stato più rilassante di qualsiasi vacanza».

Non che siano mancati gli imprevisti. «Mi ero fatto prestare un registratore a nastro abbastanza piccolo da poter viaggiare con me, ma una volta in Bretagna, dopo aver registrato una sessione al piano, mi sono reso conto che non funzionava, il suono era rovinato, gracchiava. Mi sono preoccupato, non ero vicino a nessuna grande città dove trovare un tecnico per risolvere la questione. Per fortuna ho poi capito che il problema erano le bobine troppo vecchie che avevo portato con me, ed è stata l’unica volta che sono stato costretto ad accedere al web per fare un ordine online. Ma è stato un attimo, dopodiché ho immediatamente spento tutto di nuovo». A quel punto Niklas attendeva i nastri per registrare: solo per caso ha scoperto da un corriere UPS della zona che erano arrivati, ma erano stati recapitati in un altro paese, per fortuna non lontano. «Avendo il telefonino spento, non mi era possibile seguire la consegna del pacco, così a un certo punto ho chiesto informazioni a questo corriere, che però non ne sapeva niente. Ma da lì, ogni giorno, ci incontravamo, parlavamo. Perché essere disconnessi significa anche questo: recuperare il contatto con gli altri, relazionarsi di più con le persone che ci circondano, sconosciuti inclusi. È stato grazie a quel corriere che ho saputo dove fossero finiti i miei nastri. E sempre lui mi ha aiutato a recuperarli, scrivendomi su un foglietto come raggiungere il posto dove ritirarli».

Ma c’è un altro aspetto che rende speciale questo nuovo EP di Niklas Paschburg: ‘L’Écho de Bretagne’ è stato registrato in presa diretta; le tracce che racchiude sono frutto di improvvisazioni, con tutte le imperfezioni del caso. Tale impostazione restituisce un suono puro, estremamente organico e autentico, volutamente preservato per trasmettere all’ascoltatore l’atmosfera calda, intima e accogliente tipica di una performance live nel salotto di casa. Il tocco delle dita sui tasti, il respiro del legno, la tensione della corda che vibra diventano parte integrante della musica. Non c’è costruzione, solo espressione. «Anche adesso, quando lo riascolto, sento che lì mi sono preso un momento per stare lontano da tutto: dalla realtà, dalle parole, dal rumore». Il risultato è un disco di melodie e atmosfere sospese, che riflette una condizione dell’anima. Un rifugio al riparo dal tempo che corre. Una pausa dal mondo.