Esistono dischi che chiedono di essere capiti e altri che, invece, mettono in discussione il modo stesso in cui ascoltiamo. “Scordarmi di me” di Rubino appartiene a questa seconda categoria: non è semplicemente una raccolta di brani autobiografici, ma un dispositivo narrativo che lavora sul concetto di identità come costruzione instabile. Il paradigma cambia fin dall’inizio: non più l’artista che racconta sé stessa, ma l’artista che osserva il processo attraverso cui il sé prende forma e, inevitabilmente, si trasforma.

La scelta di un’immagine infantile come copertina non introduce nostalgia, bensì una domanda. Chi eravamo prima di imparare a definirci? L’infanzia diventa qui un territorio teorico, quasi fenomenologico: uno stato in cui l’esperienza precede il linguaggio e l’ascolto esiste senza interpretazione. La musica, allora, non serve a ricordare, ma a verificare quanto di quella percezione originaria sia sopravvissuto nell’età adulta.

In questo senso l’EP si colloca lontano dalla tradizione confessionale della canzone d’autore. Rubino non cerca empatia immediata, ma costruisce un percorso di progressiva sottrazione. Le canzoni sembrano svuotarsi di elementi superflui per lasciare emergere una domanda più ampia: quanto della nostra identità è autentico e quanto è frutto di adattamento? È un approccio che dialoga con una linea musicale contemporanea dove la fragilità non è tema, ma metodo. Artisti come James Blake hanno trasformato la voce in spazio mentale più che narrativo, mentre Thom Yorke ha spesso utilizzato la dissoluzione sonora per rappresentare la perdita di stabilità dell’io moderno.

Il percorso dell’EP può essere letto come una sequenza di stati cognitivi. Quando tutto crolla non racconta un evento, ma un cambio di percezione: il momento in cui le strutture interiori smettono di funzionare. Dal punto di vista psicologico, è la fase in cui il cervello abbandona schemi abituali e apre una fase di riorganizzazione. La musica accompagna questo passaggio evitando climax drammatici; la caduta è silenziosa, quasi inevitabile.

Con “Anche se” emerge il tema della distanza tra immagine e presenza. La voce sembra provenire da un altrove, suggerendo una condizione tipica dell’epoca digitale: l’individuo vive simultaneamente dentro sé stesso e dentro la propria rappresentazione pubblica. Non è alienazione estrema, ma una lieve frattura percettiva, quella che molti filosofi contemporanei descrivono come crisi della continuità narrativa personale.

Capolinea” introduce uno spostamento decisivo: l’esperienza individuale diventa collettiva. Il luogo evocato dal titolo non è geografico ma esistenziale. È il momento in cui ogni percorso si arresta e costringe a una revisione. Qui il disco abbandona l’introspezione pura e osserva l’umano come condizione condivisa, ricordando certe atmosfere urbane e sospese presenti nella scrittura di Iosonouncane, dove la dimensione personale si dissolve in un paesaggio più ampio.

In “Sconfitta” avviene il vero cambio di paradigma emotivo. La perdita non viene più vissuta come errore, ma come informazione. Dal punto di vista evolutivo, fallire significa acquisire dati su sé stessi: un processo di apprendimento più che una battuta d’arresto. La musica qui rallenta, quasi a suggerire che la comprensione richieda un tempo diverso rispetto alla reazione.

La title track chiude il lavoro ribaltando definitivamente il senso del titolo. “Scordarmi di me” non implica cancellazione, ma sospensione dell’identità abituale. È un gesto vicino a certe riflessioni filosofiche sull’io come flusso continuo: per ritrovarsi occorre interrompere la narrazione che raccontiamo su noi stessi. L’amore, in questo contesto, non è rifugio ma catalizzatore di cambiamento, capace di rivelare quanto facilmente possiamo smarrirci dentro ruoli e aspettative.

Dal punto di vista sonoro, la scelta più radicale è l’uso dello spazio. Le pause, le rarefazioni e la misura produttiva trasformano l’ascolto in un’esperienza attiva. Studi neuroscientifici sulla percezione musicale mostrano che il cervello completa ciò che manca: il silenzio diventa quindi parte della composizione, coinvolgendo chi ascolta nella costruzione del significato.

“Scordarmi di me” non propone risposte né cerca un’identificazione immediata. Funziona piuttosto come un laboratorio emotivo, dove l’identità viene smontata e osservata mentre cambia. In un panorama musicale spesso orientato alla definizione rapida di sé, Rubino compie un gesto controcorrente: accetta l’incertezza come forma di conoscenza.

E forse è proprio questo il punto più radicale del progetto: non raccontare chi siamo, ma imparare a restare nel momento in cui ancora non lo sappiamo.