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Il 25 novembre Riccardo De Stefano esordisce come musicista solista e pubblica su tutti i player digitali il suo primo singolo, “Era Novembre”.

Il singolo anticipa l’album “Cronologia del futuro lontano”, scritto e arrangiato da Riccardo De Stefano, co-prodotto da Nicola d’Amati de Il Merlo Studio e in prossima pubblicazione per Adastra, assieme a una serie di “oggetti stranianti” che allargheranno il progetto verso diversi formati e prodotti multimediali.

Il primo singolo estratto è “Era novembre”: una canzone sospesa, una storia possibile, verosimile se non vera. Una perdita e un incontro, a cui segue, chissà, un’altra perdita. Una storia di persone sole che si ritrovano nel dolore, e si conoscono forse per la prima – e unica – volta.

 Le prime immediate influenze liriche si ritrovano nel mondo indie italiano, che De Stefano conosce bene, ma senza scadere nel fanatismo o nel calco stilistico: se si coglie qualche riflesso, è verso la produzione de I Cani e The Zen Circus, specialmente nella struttura in forma di ballad senza un vero ritornello pop.

Ma, andando oltre, le ispirazioni sonore risentono del suo sostanziale background di musicista progressive rock. In questo singolo, come nel resto dell’album, il tentativo è di emulare il “wall of sound” di Phil Spector, in particolar modo quanto realizzato con e per George Harrison nel capolavoro del 1970 “All things must pass”. 
Se da un lato il classic rock è l’ispirazione principe, la velleità è di avvicinarsi all’art rock degli Arcade Fire e di Sufjan Stevens.

“Era novembre” segue il concept di “Cronologia del futuro lontano”: un viaggio a ritroso nei ricordi della propria vita, per riviverla e sbagliare di nuovo tutto, daccapo.

Nato a Roma nel 1987, Riccardo De Stefano è conosciuto principalmente per la sua attività di critico musicale. Dopo dieci anni di attività di critico musicale, comprendenti creazione e direzione di ExitWell, scrittura di due libri in materia, nonché collaborazioni a eventi di risonanza nazionale, Riccardo De Stefano ha deciso di rimettersi in gioco “riportando tutto a casa”, per citare Bob Dylan. In che modo? Riprendendo in mano la sua passione per la musica, ma in qualità di musicista. Benché in passato già attivo con formazioni del panorama musicale underground romano, stavolta ha deciso di metterci non solo la faccia, ma anche il nome e il cognome: rinunciare a un nome d’arte significa non avere niente dietro cui volersi nascondere. E se qualcuno se lo stesse domandando, il lavoro del critico e del musicista non sono in contraddizione: per De Stefano sono entrambi modi di capire, e amare, la musica.

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